Yama

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A cura di Antonio Pellecchia.

YAMA e NYAMA

Un saggio illuminato conosciuto col nome di Patanjali, in un'epoca storicamente imprecisata, codificò lo Yoga in un'opera unica nel suo genere: gli Yogasutra - 196 aforismi -  giunti fino a noi grazie a una ininterrotta trasmissione orale, definita col termine paramparâ, da bocca a orecchio, da Maestro a discepolo. Negli Yogasura Patanjali enuclea dei principi, dei punti di sviluppo, e primo fra tutti comincia a strutturare la conoscenza dello yoga. Egli afferma che lo yoga si sviluppa su 8 piani o su una Sadana, un percorso, di 8 tappe. Dunque Yama e Nyama sono le prime due tappe di un percorso (Sadhana) di realizzazione che si sviluppa in 8 punti.

  1. Yama: osservanze, per far si che l’individuo sviluppi se stesso.
  2. Nyama: astinenze, per far si che l’individuo sviluppi se stesso.
  3. Asana: posture, esercizi fisici atti a  produrre l’adattamento affinché questo sviluppo avvenga.
  4. Pranayama: generalmente mal tradotto col termine controllo del respiro. Sta in realtà a significare “conosci il respiro”, “conosci il soffio”, “l’energia”, “i flussi” che vivono in te e attorno a te.
  5. Prathiahara: ritorna a te, richiama i sensi.
  6. Dharana: concentra te stesso, conosciti come punto centrale delle cose, come punto da cui tutto si dipana.
  7. Dyana: lascia che questo punto si espanda. Dyana è la meditazione, l’espansione.
  8. Samadhi: comprendi tutto in questo punto.  

Yama e Nyama sono i due anga dello Yogadarshana che maggiormente si prestano a rivisitazioni e pertanto i dieci punti che li costituiscono vengo differentemente tradotti. Yama significa controllo o indirizzarsi verso, a differenza di Nyama che sta per non controllo o lascia libero.

 

I 5 YAMA

I 5 NYAMA

  • AHIMSA 
  • SAUCHA
  • SATYA  
  • SANTOSHA
  • ASTEYA 
  • TAPAS
  • BRAHMACHARIA  
  • SVADHYAYA
  • APARIGRAHA
  • ISHVARA-PRANIDHANA.

 

YAMA

YA: Signore, colui che padroneggia, che va verso.

MA: che si esprime.

YAMA: il signore che si esprime. Il signore è colui che indirizza le cose, che da il focus. Yama rappresenta le cinque modalità che permettono l’evoluzione.

I 5 YAMA

Interpretazione tradizionale

Interpretazione personale

  • AHIMSA

Non violenza

(poni fine alla violenza)

  • SATYA 

Non mentire

(sii vero, conosciti come sei)

  • ASTEYA

Non rubare

(sii onesto, astieniti dal furto)

  • BRAHMACHARIA 

Non fare sesso

(non disperdere)

  • APARIGRAHA

Non attaccamento

(contentati di quel che hai)

 

AHIMSA
Il primo dei 5 Yama è generalmente tradotto col termine: non violenza. Preferiamo tradurre questo precetto senza usare il non, e intenderlo nel senso di: finisci la violenza, poni fine alla violenza, resta nella tua pace, elimina il conflitto, elimina le contrapposizioni. Ahimsa significa astensione dal nuocere, quindi innocenza, non-violenza e per estensione “mansuetudine”. È il fare senza nuocere.

SATYA
Significa non mentire, ma in verità intende: sii vero, sii reale, sii presente a te stesso, conosciti così come sei.Satya è veridicià, aderenza al vero, sincerità (soprattutto con sé stessi),  autenticità, al di là dei ruoli e delle funzioni, delle maschere e delle convenzioni

ASTEYA
È tradotto non rubare, ma anche questa volta preferiamo evitare il non, e intendere questo precetto nel suo significato più reale. Asteya significa: sii onesto, astieniti dal furto, o meglio elimina la dispersione. Conosci la tua verità, la tua qualità. Asteyaè onestà, astensione dalla cupidigia, liberazione dall\'avidità. Tradotto in termini occidentali, non desiderare.

BRAHMACHARIA
È il termine che meglio si presta a diversi livelli interpretativi. È comunemente tradotto come non fare sesso. Crediamo tuttavia che il suo significato reale sia: elimina la dispersione nella tua vita, sii coerente, sii concreto.

APARIGRAHA
Non-attaccamento, essere liberi dalle cose inutili (non necessarie), distacco, astensione dalla bramosia del possedere. Il senso di Aparigraha è contentati di ciò che hai, dai valore a ciò che sei. Vivi totalmente ciò che sei e esprimi totalmente ciò che hai. Sii te stesso.

Questi sono i primi 5 yama verso cui l’adepto deve portare la direzione.

 

 

A cura di Giuliano Vecchiè.

YAMA

Ahimsa: non forzare la pratica, evitare di farsi male
Spesso si vedono persone che, credendo di essere brave in altri sport o di avere già fatto bene altri tipi di yoga, pensano di potere già accedere ai livelli superiori dell’Ashtanga, o di forzare la proprio pratica per arrivare ai livelli di chi è già avanti. Ciò è uno dei maggiori errori che si possa fare, in quanto la pratica viene iniziata male già da subito, con aspettative altissime, poi deluse in breve tempo. É una delle cause maggiori di infortuni durante la pratica e, di conseguenza, di abbandono.

Satya: essere sinceri con sé stessi, non raccontarsi delle frottole
Si conoscono tanti allievi che, pur tessendo lodi sperticate sull’Ashtanga Yoga e sulla pratica, alla fine rinunciano a venire in Yoga Shala in quanto impediti da tanti “impegni” o difficoltà più o meno oggettive. L’importante è non trovare scuse verso sé stessi. Un tal giorno non si ha voglia di andare in Yoga Shala o di praticare? Bene! Ammetterlo a sé stessi e non sentirsi in colpa per questo. Vorrà dire che quando ce la sentiamo e sinceramente riconosciamo che le motivazioni apportate sono solo delle “scuse”, ci verrà di nuovo la voglia di praticare.

Asteya: non essere gelosi delle capacità altrui
Ognuno nasce con dei doni che gli sono stati dati e c’è chi nasce più sciolto di altri. Questo tuttavia non vuol dire che poi possa diventare un maestro migliore di chi ha fatto grande fatica a raggiungere una pratica sufficiente per poterla insegnare o per poterla fare al meglio. Anzi spesso è vero il contrario, in quanto chi ha dovuto sudare per raggiungere il livello che ha raggiunto ha meditato sulla posizione, si è concentrato sugli errori, ha “vissuto” la postura e ne è diventato padrone. Chi invece nasce già capace di fare tutto, spesso non avrà gli elementi, o l’esperienza sufficiente per raccontare agli altri come ci è arrivato.

Brahmacharya: non sprecare energia vitale
É un comandamento sempre molto discusso per le implicazioni che esso comporta. Fondamentalmente può essere interpretato come non sprecare l’energia che abbiamo sviluppato con la pratica, ma, al contrario, farne tesoro.

Aparigraha: non legarsi al “progresso a tutti i costi” - assenza di avidità
Qualche volta si vede qualche praticante che invece di concentrarsi sulla propria pratica, sbircia di qua o di là per vedere quanto è avanti il suo collega di fronte o di fianco, oppure continua a mettersi a posto guardandosi continuamente allo specchio. A parte il fatto che negli Yoga Shala gli specchi sarebbero da abolire, in quanto oggetto di distrazione, questo atteggiamento porta comunque ad una pratica di poca consistenza in quanto l’aspetto del Pratyahara (ritiro dei sensi), cioè della concentrazione su se stessi, tende ad affievolirsi portando alla perdita del respiro, alla dimenticanza della sequenza, all’accelerazione della pratica, con conseguente sensazione finale di maggiore fatica dovuta alla cattiva respirazione.

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